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“avec les lunettes de Drebbel”

17 gennaio 2017 - EVENTI

Premessa:

Dovendo perfezionare il programma dell’incontro Ipsa ruina docet, ricordiamo ai relatori che l’abstract deve pervenire per mail entro la fine di gennaio (15 righe). Le riproduzioni dei griffonements secenteschi (“légère esquisse d’un dessin”) devono pervenire invece entro il 15 febbraio in formato jpg.

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La campagna antiquaria segusina della primavera del 1629, condotta dai Francesi durante un arduo conflitto, con l’esercito e il corpo diplomatico schierati in Susa, assunse un forte quanto inedito significato simbolico. Luigi XIII non intendeva umiliare il duca Carlo Emanuele I e il principe di Piemonte, Vittorio Amedeo, erede al ducato e marito di Christine de France (sorella di Luigi). Il monarca voleva invece trovare un accordo con il duca e presentarsi come potenza dominante  e novello Augusto in un luogo chiave per il controllo della strada alpina verso il Monferrato e l’Alta Italia.

Luigi XIII e il cardinale di Richelieu, conquistata la piazza segusina, ne fecero un centro di esibizione delle trattative in corso – da cui appunto il trattato di Susa, peraltro largamente disatteso –  mentre l’arco, finora pressoché misconosciuto, riproposto all’attenzione degli studiosi e di un’opinione pubblica colta, doveva simboleggiare con vezzo antiquario una prospettiva di pacificazione e collaborazione asimmetrica in chiave franco-sabauda.

E’ nell’ambito della corte di letterati, antiquari ed eruditi al seguito del re in quel mese di marzo e nel successivo mese di aprile che nasce l’idea di rivisitare il più antico monumento  segusino quale simbolo delle possibili trattative in corso. Nella città di Parigi contestualmente viene dato alle stampe un corpus degli archi dedicati a Luigi XIII in occasione dell’entrata trionfale (dicembre 1628) del re nella capitale dopo l’impresa di La Rochelle.  La potenza francese ambisce a presentarsi in Italia con una simbologia pari a quella della Roma di Augusto.

Nell’introduzione  degli “Eloges et discours sur la triomphante reception du roy en sa ville de Paris, apres la reduction de la Rochelle : accompagnez des figures, tant des arcs de triomphe que des autres preparatifs” i magistrati parigini datano la dedica al loro re al 25 aprile 1629 e  il richiamo ai nuovi successi al di là delle Alpi risulta esplicito e insistito. La propaganda regia deve introdurre un nuovo linguaggio nelle rivendicazioni mantovane sullo scenario italiano. Non è necessario costruire un nuovo arco: basta esibirsi come i rinnovati protagonisti che  hanno rigenerato il significato originario dell’antica architettura e ne hanno perpetuato la memoria sui confini della Gallia.

 In questa operazione una iniziativa singolare va riconosciuta al cardinale Giovanni Francesco Guidi di Bagno (1578 – 1641), nunzio in Francia per la Santa Sede.

Grande amante delle antichità, passione che condivideva con il cardinale Francesco Barberini  (1597-1679), il Guidi, vicino a Richelieu fin dai tempi della sua attività come vice-legato in Avignone, seguì Luigi XIII  in tutte le campagne belliche successive all’assedio de La Rochelle. A Susa, nel marzo del 1629,  provvide a far fare una ripulitura del fregio dell’arco augusteo per verificare con una indagine autoptica l’iscrizione, allora piuttosto mal nota e peggio interpretata. Fu un intervento prolungato, visto che il Guidi restò a Susa con il re per quasi due mesi, e venne ricordato con grande risalto dallo storico di corte Charles Bernard nella sua storia di Luigi XIII, edita postuma dal nipote Charles Sorel nel 1646.

Bernard, “Conseiller du Roy en ses Conseils d’Estat et privé, lecteur ordinaire de la Chambre de sa Majesté et historiographe de France”, attribuisce correttamente al Guidi l’iniziativa antiquaria, ricordando come il cardinale usò le scale da assedio per raggiungere la sommità del monumento e ispezionarlo. Sempre il Guidi trasmise i risultati e i disegni di quella campagna al cardinale Francesco Barberini tramite il suo bibliotecario Joseph Marie de Suarèz che aveva seguito il Guidi nella sua prima nunziatura nelle Fiandre (1622-1627) e con cui spartiva nello scambio epistolare il gusto erudito delle ricerche antiquarie.


A questo punto l’eco si allargò per l’intervento del bibliotecario parigino Pierre Dupuy che informò Peiresc.

Quest’ultimo scrisse a Lukas Holste

“Un de mes amys m’ayant escript de la cour tandis qu’elle estoit à Suse qu’il y avoit un grand arc triomphal avec le nom d’Auguste et afforce escritture, je jugeay que ce pourroit estre ladicte inscription de Pline que je le priay de conférer dessus, et se trouva véritable, bien qu’il y ayt prou de diversité.

Elle commance par cez motz transposez en cette sorte icy:

IMP CAESARI AVGVSTO DIVI F PONTIFICI MAXIMO TRIBVNICIA

POTESTATE XV IMP XVII

Je leur ai envoyé des lunettes de Drebels pour s’asseurer mieux de touts cez noms gentilz de cez peuples gaulois et aussy tost ne manqueray point de vous en faire part.

Il y a afforce figures dans les frises pour des sacrifices dei sue ove taurilia de fort goffe manière au prix du siècle et de la bonne architecture de toute la fabrique dont vous aurez aussy part des desseins et griffonements tels qui se pourront avoir, pour en dire vostre rastellée à vostre tour si bon vous semble. Mais cela meriteroit que vous prissiez la peine d’aller passer par là si vous faictes jamais de voyage en vostre pais, car vous y trouveriez des merveilles.

J’estime que cez sacrifices pourroient avoir quelque rapport avec ceux que les decemvirs disoient avoir trouvé dans les livres sybillins, estre requis et nécessaire qu’on les fit sur les confins des Gaulois, toutes et quantes foys on leur debvoit faire la guerre”.

Nell’andirivieni dal movimento continuo di diplomatici, ambasciatori, nunzi e legati pontifici che Susa conobbe in quei mesi, le nuove indagini autoptiche sull’arco raggiunsero le corti e le biblioteche principesche con uno scambio serrato di informazioni tra eruditi e antiquari.

I Francesi misero soprattutto in evidenza come il monumento fosse stato malamente interpretato dall’erudizione sabauda (con una pesante critica alla produzione storiografica di Ludovico Della Chiesa) accontentandosi di trasporvi la tradizione pliniana de La Turbie. Ancor più si ritennero i veri valorizzatori e ‘ri-scopritori’ di un monumento che, inglobato nel circuito turrito del castello sabaudo, rischiava un deperimento nelle sue parti più fragili ed esposte.

Peraltro le trattative per raggiungere Casale con la collaborazione di Carlo Emanuele I non diedero i risultati sperati: così nei suoi Trionfi Luigi XIII abbandonò l’evocazione augustea per assumere nella storia metallica quella martellante dell’Ercole nelle Alpi.